Non può esistere libertà senza la
prospettiva realista, che è adeguamento del soggetto conoscente all’oggetto.
La libertà vera scaturisce dall’adesione al reale
Immaginiamo che non sia così,
ovvero che la libertà possa scaturire da un puro soggettivismo capace di creare
volta per volta la realtà. Cosa accadrebbe? Che ciò che il mio soggetto può
ritenere libero non lo sia necessariamente per gli altri … e da qui
scaturirebbe del tutto automaticamente il trionfo dell’arbitrio e della violenza.
Scrive il fondatore
del
surrealismo
, André Breton: «
la più semplice azione surrealista consiste
nell’uscire per strada con la rivoltella in pugno e sparare a caso, finché si
può, tra la folla
» (
Entretiens
1913-1952,
Paris 1969, p. 96). Certo, queste parole sono paradossali, tutti
le rifiuterebbero. Ciò che però le fa rifiutare è il buon senso; ma è proprio
il buon senso che ci dice che la conoscenza è adeguamento del pensiero al
reale. Torno a ripetere, se così non fosse, come potremmo contestare queste
parole di Breton? Lo dovremmo fare sul piano di un sentimento istintivo, ma non
lo potremmo mai fare sul piano della ragione. Se infatti la vera libertà
scaturisse dall’immaginazione (e quindi non da un
reale-realista
ma da un
reale-immaginato
),
con quali argomenti potremmo dimostrare che il nostro concetto di libertà sia
più vero rispetto a quello surrealista di Breton?
La libertà vera scaturisce dall’adesione alla natura dell’uomo
Altro punto importante. La
libertà deve concorrere alla realizzazione dell’uomo e non alla sua
distruzione. Ora, solo partendo da un esatto concetto di uomo, tale libertà può
essere davvero rispettosa dell’uomo stesso.
Faccio un
esempio: l’organismo umano per poter sopravvivere ha bisogno quotidianamente di
una determinata quantità di acqua, di calorie, di zuccheri, di proteine, di
carboidrati, di grassi, ecc… Cosa
accadrebbe se pensassi: voglio essere libero di vivere senza acqua? Oppure:
voglio vivere solo mangiando zuccheri, solo mangiando carboidrati, solo
mangiando grassi? Tale “libertà” (attenzione: ho posto non a caso le
virgolette) sarebbe la nostra condanna. In questo caso, insomma, la presunta
libertà sarebbe in contraddizione con la legge secondo cui l’uomo non può
vivere senza acqua, senza calorie, senza proteine, senza grassi, ecc…
La libertà vera scaturisce dall’adesione al vero Dio
La vera libertà muove dal dato
metafisico e quindi da una vera concezione di Dio.
Per capire ciò
che stiamo dicendo, partiamo da una serie di domande: Dio è onnipotente?
Ovviamente la risposta è affermativa. Se Dio non fosse onnipotente, non sarebbe
Dio. Altra domanda: se Dio è onnipotente, può Egli fare il male? Verrebbe da
rispondere di “sì”: se Dio può tutto, potrebbe anche fare il male… altrimenti
non sarebbe onnipotente. In realtà questa risposta è sbagliata. Dio, proprio
perché è onnipotente, non può fare il male.
Ragioniamo.
Secondo la filosofia naturale e cristiana (ecco perché nel titolo di questo
paragrafo ho scritto non semplicemente “adesione a Dio”, ma “adesione al vero
Dio”) Dio non è al di là del bene e del male, ma è il Bene, s’identifica con
esso. Se Dio fosse al di là del bene e del male, ciò significherebbe due cose.
Primo, che Egli potrebbe contraddirsi in quanto il bene e il male sarebbero
delle sue libere teorizzazioni. Secondo, che Egli non sarebbe più natura
ragionevole ma solo volontà, in quanto la realtà creata non manifesterebbe più
una logica incontrovertibile: è così ma poteva anche essere nel modo totalmente
contrario.
Torniamo
all’affermazione: Dio, proprio perché onnipotente, non può fare il male. Dio
può tutto, ma non può allontanarsi da se stesso, né tantomeno contraddire se
stesso. È la creatura libera (angelo o uomo) che può, nella sua fallibilità,
utilizzare in maniera errata la sua libertà e quindi decidere di allontanarsi
da Dio generando il male; ma Dio, che è il Bene, non può allontanarsi da se
stesso. Ecco perché sant’Agostino, codificando con la sua genialità filosofica
la concezione cristiana del male, arriva a dire giustamente che il male è «
privatio boni
»
(mancanza di bene). Cioè il male non ha una
causa efficiente
(Dio), bensì una
causa deficiente
(la creatura intelligente che può utilizzare in
maniera sbagliata la sua libertà).
Ora, questa
impossibilità di Dio di fare il male (Dio, proprio perché onnipotente, non può
fare il male) ci fa capire che la libertà è adesione alla verità, più si è
conformi alla verità e più si è liberi. Ecco perché Gesù dice: «
Conoscerete la verità e la verità vi farà
liberi
» (
Gv.
8, 32)… e la verità
è la sua persona.
Dio è la sua Legge
Dice san Paolo nella sua
Lettera ai Romani
(13,10): «(...)
pieno compimento della legge è
l’amore
». Riflettiamo su queste parole.
Secondo la filosofia
naturale e cristiana Dio non è al di là del bene e del male,
ma è il Bene: la Sua natura s’identifica con il Bene ed è costitutivamente buona. Molti sono portati a pensare alla creazione in un certo
modo, ovvero che Dio, dopo aver creato l’uomo, si sia messo a riflettere: “E adesso come lo faccio comportare? Gli do
la possibilità di rubare o di non rubare, di dire le bugie o di non dire le
bugie…”.
Ora, se le cose fossero andate in questo modo, il bene sarebbe stato il male e il male il bene.
Invece le cose non sono andate così. Dio non poteva non dire all’uomo “
non
rubare
” o “
non dire falsa testimonianza
”
,
perché la sua natura è “
non rubare
”
e
“
non dire falsa testimonianza
”,
in quanto – come abbiamo detto
prima – la sua natura è il bene.
Ecco perché la migliore
definizione dei
Comandamenti
è
questa: «
la natura di Dio codificata per la vita quotidiana degli uomini
».
Da ciò si capisce una cosa
molto importante: per il fatto che la Legge di Dio
s’identifica con la
natura di Dio, accettare la Legge di Dio vuol dire abbracciare Dio stesso.
Molte volte si sente porre
questo tipo di domanda: “ma perché,
per scegliere ed amare Dio, bisogna per forza rispettare delle norme morali?”.
Indubbiamente si può rispondere a questa domanda dicendo che un
amore che non diventi condivisione di volontà non può essere amore; per cui non
si può amare Dio se non si aderisce alla sua volontà. È un argomento ottimo e
vero, non c’è che dire. Ma ci si dimentica che il Cristianesimo offre anche un
altro tipo di risposta, molto più persuasiva. Ciò che abbiamo detto prima: la
Legge di Dio è la sua stessa natura, per cui rispettare la Legge di Dio vuol
dire di fatto abbracciarLo. E cosa ancora più decisiva: non è possibile abbracciare
Dio se non si accetta e non si vive la Sua Legge.
Da ciò si capiscono ancora
due cose. La prima, che il Cristianesimo non può essere ridotto né ad
intellettualismo
né a
moralismo.
Il Cristianesimo, infatti,
rifugge qualsiasi tipo d’impostazione
gnostica
,
per cui aderire a Dio non significa semplicemente conoscerlo o condividere le sue
idee (e quindi cadere in un’adesione esclusivamente intellettuale), ma
abbracciare la sua volontà e la sua natura.
La seconda cosa che si
capisce dal fatto che non è possibile abbracciare Dio se non si accetta e non
si vive la sua legge è che il Cristianesimo è lontano da qualsiasi deriva
moralistica, deriva che conduce a ritenere il rispetto della legge come fine a
se stesso. Kant (che tanti guasti ha causato), parlando dell’etica, ha
affermato che la cosiddetta “morale deontologica”
sarebbe superiore a quella “teolologica”
.
La morale deontologica
è
quella per cui l’agire morale deve essere compiuto indipendentemente del fine:
insomma, il bene andrebbe compiuto non in quanto procura una ricompensa
successiva, per esempio la felicità, ma perché moralmente è giusto che lo si
compia. La morale teolologica è invece quella indirizzata ad un fine ben
preciso, appunto il raggiungimento della felicità: il bene va compiuto non in
se stesso ma in quanto rimanda al possesso della verità e quindi dell’autentica
felicità.
È ovvio che il
Cristianesimo faccia propria la morale teolologica e non quella deontologica;
mentre la modernità, nel suo scetticismo e indifferentismo religioso, non
poteva non fare propria la prospettiva kantiana. Da qui, da una parte, il
fallimento dell’autorità morale nella pedagogia moderna; dall’altra, l’accusa
alla morale religiosa di “moralismo”, ovvero l’incapacità di capire perché la
scelta di Dio debba accompagnarsi con il rispetto della Sua Legge.
Ebbene, la teologia
cattolica fa capire che così non è: la Legge di Dio è la Sua Natura; e – anzi –
capovolge i termini della questione, indicando giustamente come moralista
la posizione di chi è chiamato a rispettare
la legge morale senza conoscerne né il fondamento né tantomeno il fine.
Il moralismo
non si misura dal numero delle rinunce
(per cui più si mettono “paletti” nella propria vita, più si è moralisti),
bensì dal numero delle
motivazioni
che sono alla base della rinuncia.
Facciamo un esempio. Un
ateo decide di non rubare. Decide di farlo per: 1. rispettare la roba degli
altri, 2. per non andare in galera. Un credente che decide di non rubare avrà
invece questi motivi: 1. rispettare la Legge di Dio, 2. rispettare la roba
degli altri, 3. non andare in galera. Ebbene, il comportamento del credente
sarà meno
moralistico
, in quanto
egli, avendo una motivazione in più, riuscirà a dare più senso al suo sforzo di
volontà. Quello dell’ateo, invece, avendo una motivazione in meno, avrà bisogno
di uno sforzo di volontà maggiore, cadendo pertanto nel
moralismo
.
Libertà naturale
e libertà morale
Ciò che abbiamo appena detto, ci
dà la possibilità di operare una differenziazione importante: quella tra
libertà naturale
e
libertà morale
.
La libertà
naturale è la semplice possibilità di scegliere. L’uomo, in quanto essere
intelligente e spirituale, ha la facoltà di scegliere tra più possibilità
(poche sono le azioni cosiddette necessitate). Posso scegliere se passeggiare o
rimanere a casa, se mangiare la pastasciutta o la pasta in brodo, se tifare per
una squadra di calcio o disinteressarmene totalmente … se (e qui viene il
problema) fare il bene o fare il male.
Proprio questa
ultima possibilità di scegliere ci introduce alla libertà morale. Questa,
infatti, non è la semplice scelta (perché, se così fosse, la potremmo, appunto,
ancora chiamare “libertà naturale”), ma l’obbligo di scegliere il bene.
Certamente, la
libertà naturale è un presupposto necessario per esercitare la libertà morale
(non posso scegliere il bene se non ho la possibilità di scegliere), ma non
s’identifica con essa.
La teologia
cristiana ci dice che Dio rispetta la libertà naturale, nel senso che
ordinariamente (“ordinariamente”, perché “straordinariamente” potrebbe farlo)
non impedisce ad essa di esercitarsi, ma ciò non vuol dire che ogni scelta
della libertà naturale sia da rispettare sul piano
assiologico
(cioè valoriale). Infatti, da sempre la teologia
cristiana afferma che Dio premia i buoni e punisce i cattivi.
Bibliografia
Corrado
Gnerre,
Studiare l’uomo per rafforzare la
Fede,
2° edizione ampliata, Benevento 2012