Ho
letto l’articolo che Massimo Introvigne ha scritto in merito
all'elezione
di Papa
Francesco. Lo condivido, anche se non appieno.
Bene ha fatto Introvigne a sottolineare
che Papa Francesco è il Papa di Santa Romana Chiesa. Prima e durante il
conclave si possono avere delle preferenze, si possono nutrire delle speranze
verso qualcuno… ma dopo è bene che si dimentichi tutto e ci si sottometta a chi
il Collegio cardinalizio ha scelto. Certo, non è detto che chi venga eletto sia
necessariamente il desiderato dal Signore. Infatti, se è vero che lo Spirito
Santo illumina gli Elettori, è pur vero che non necessariamente ed
infallibilmente questi si rendano docili alle Sue ispirazioni. Giustamente c’è
chi ha ricordato in questi giorni la celebre espressione di san Vincenzo di
Lerino (V secolo): «
Ci sono papi che Dio
dona, ci sono papi che Dio tollera, ci sono papi che Dio infligge
».
Ma, se è vero questo e cioè che non
necessariamente un papa eletto sia il “donato da Dio”, è pur vero che chi
canonicamente diventa papa è il Papa; e – se è il Papa – va riconosciuto e a
lui bisogna cattolicamente sottomettersi.
E
qui c’è un altro punto in cui sono d’accordo con Introvigne. Quando cioè
accusa, mettendole sulle stesso piano, posizioni di un certo progressismo e di
un certo tradizionalismo. Posizioni che alla fine convergono in atteggiamenti
di rifiuto pregiudiziale avallando una superiorità di un presunto magistero soggettivo
a quello ufficiale, che ha appunto il Papa al vertice.
In tal senso è più che opportuno
chiedere a tanti tradizionalisti se credono o meno nella Grazia di stato.
Chiunque diventa papa riceve la Grazia del primato petrino … per cui non solo è
opportuno ma è anche doveroso dare – come si suol dire – tempo al tempo e
attendere prima di esprimere giudizi su un pontificato.
Ma – come dicevo – non tutto ho
condiviso dell’articolo di Introvigne. Non ho condiviso due punti. Il primo è
che ben avrebbe fatto ad operare dei distinguo. Non tutto il mondo cosiddetto
“tradizionalista” è solito prendere posizione in maniera univoca. Non tutto il
mondo tradizionalista ha reagito alla stessa maniera
all'elezione
del cardinale
Bergoglio. Non appartengo alla Fraternità San Pio X, ma va riconosciuto che il
comunicato ufficiale ha toni sobri, sereni e di doveroso invito alla preghiera
per la missione del Papa. Toni ben diversi da altri ambienti. Ma questo tutto
sommato è meno importante, anche perché Introvigne forse si riferiva più ad un
atteggiamento che lui ritiene costante nel mondo tradizionalista e che – da
parte sua – tende altrettanto costantemente a disapprovare.
Ma è un altro punto (ancor più
importante) che non mi è piaciuto dell’articolo di Introvigne. Lo studioso
torinese da tempo attacca il mondo tradizionalista sottolineando
l’inopportunità e anche l’illegittimità di certi richiami al concetto di
Tradizione. Da tempo utilizza lo stesso esempio: “
la Tradizione non è un libro o un codice che si può acquistare nella
libreria cattolica
all'angolo
della strada
”. È evidente che con questo
esempio Introvigne vuole dire che la Tradizione non è separabile dal Magistero;
e dunque, se non è separabile dal Magistero, non si può eventualmente fare
appello ad essa quando indicazioni magisteriali dovessero essere difformi dalla
Tradizione stessa.
Ebbene, qui c’è un errore di Introvigne.
La Tradizione è certamente legata al Magistero, tanto è vero che solitamente si
cita identificandola col Magistero stesso. Quando si dice che le fonti della
Rivelazione sono due, si dice appunto che esse sono la Tradizione e la
Scrittura. Tradizione come trasmissione della Verità di Cristo da apostolo in
apostolo. Il Magistero è il “luogo” del collegio apostolico: gli apostoli in
comunione con Pietro. Dunque, c’è un legame indissolubile tra Tradizione e
Magistero, nel senso che il Magistero è l’organo della Tradizione. Ma proprio
per questo si può e si deve affermare anche un’altra cosa e cioè che non ci può
essere Magistero senza Tradizione.
A riguardo va fatta una distinzione molto
importante, per la quale non sempre si hanno le idee chiare. Mi riferisco alla
distinzione tra “essere sottoposti al giudizio” e “facoltà d’interpretare”.
Quando si dice – e io solitamente lo affermo – che il Magistero è giudicato
dalla Tradizione, qualche teologo si scandalizza perché tale espressione
sembrerebbe indicare una subalternità dal Magistero che potrebbe impedire al
Magistero stesso di essere “regola prossima” della Fede. In realtà non è così.
Un conto è dire che il Magistero è giudicato dalla Tradizione; altro è
affermare che il Magistero è l’unico interprete della Tradizione. Sono due cose
diverse. Da una parte il Magistero rende “viva” la Tradizione, nel senso che
rende comprensibile, presente e giudicante la Tradizione per ciò che accade
attualmente nella storia;
dall'altra
il Magistero, proprio perché deve rendere
“viva” la Tradizione, non può svincolarsi da essa, né tantomeno modificarla o
perfino contraddirla. Se lo facesse, in un certo qual modo si delegittimerebbe.
Dunque, la distinzione tra “essere sottoposti al giudizio” e “facoltà di
interpretare” è fondamentale per capire il giusto rapporto tra Tradizione e
Magistero e per capire che non ci può essere Magistero senza Tradizione.
Detto questo, mi permetto di dire ad
Introvigne che il suo esempio è invece vero. Ovviamente mi attengo
anch'io
alla
paradossalità dell’immagine utilizzata: la Tradizione in un certo senso
(ovviamente “in un certo senso”) si può acquistare nella libreria cattolica all'angolo della strada. Non è una forzatura dire che la Tradizione è il
Catechismo, né più né meno. Se il Catechismo è la Verità di Dio e se la Verità
di Dio è la natura stessa di Dio, allora il Catechismo è la Tradizione. È
scritto nel
Dizionario di Teologia Dogmatica
di Parente e Piolanti: «
Tradizione
nel senso teologico è la parola di Dio, concernente la fede e i costumi, non
scritta, ma trasmessa a viva voce da Cristo agli Apostoli e da questi ai successori
fino a noi. Si dice “non scritta” non nel senso che non possa essere contenuta
in opera alcuna, ma in quanto non è scritta per ispirazione divina
».
Dunque, la Tradizione
non è “scritta” non perché non possa essere messa per iscritto ma in quanto non
è scritta per ispirazione divina.
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Scrisse Ernest Hello, apologista e polemista francese (1828-1885): “Non c’è che una realtà giovane sulla terra, ed è il Cristo. I suoi attuali nemici, a forza di essere mediocri, ci permettono di vedere la stupidità dell’errore. Lo fanno vedere qual è: un niente complicato.” Se c’è una cosa che davvero si oppone all’istinto della nostalgia e alla valutazione sempre e comunque positiva di ciò che è passato solo perché è passato, è proprio il concetto di Tradizione. Può sembrare strano, ma è così
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Corrado Gnerre
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«Chissà se in Vaticano hanno valutato fino in fondo l’impatto della foto di Papa Francesco e del predecessore Benedetto XVI dentro le Sacre Mura. Chissà se hanno calcolato il senso di disorientamento che il loro apparire, fianco a fianco, può creare nella comunità cattolica, e non solo. La novità plurisecolare ha già preso in contropiede il cerimoniale. Ma anche quando si chiede un’impressione a ecclesiastici di rango, dietro la laconicità emerge un imbarazzo palpabile»
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Massimo Viglione
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Lo abbiamo letto su molti giornali: a Papa Francesco piace il calcio. In un certo qual modo è un’assicurazione sulla sua impostazione metafisica. Avrei avuto qualche perplessità se fosse stato amante del basket o – peggio ancora – del baseball. Ovviamente sto scherzando … ma non troppo. Proprio perché a Papa Francesco piace il gioco del calcio, parto con un esempio tratto da questo sport e faccio riferimento a due calciatori argentini, la patria di Papa Francesco. Tra Xavier Zanetti e Lionel Messi vi è differenza. Zanetti è la forza muscolare, è la capacità d’interdire. È una colonna del centrocampo. Non solo. È anche un modello di atleta, capace a quasi quarant’anni di fare quello che fa. Messi è invece la poesia.
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Corrado Gnerre
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Papa Francesco nell’omelia durante la Celebrazione eucaristica con i cardinali nella Cappella Sistina ha tracciato semplicemente ma chiaramente le linee fondamentali del suo pontificato indicando cosa la Chiesa deve fare: camminare, edificare, confessare. Tre prospettive chiarissime e insite nella vocazione stessa della Chiesa. Camminare, ovvero pellegrinare nella Storia. Edificare, ovvero santificare. Confessare, ovvero testimoniare Cristo. Pellegrinare nella storia non vuol dire seguire la storia o essere nella storia, bensì essere sì nella storia ma non della storia. Vuol dire avere dinanzi a sé l’obiettivo della meta da raggiungere, una meta che è al di là della storia. Il pellegrinare è sì nella storia ma ciò che si deve raggiungere è oltre la storia, ed è il compimento del Regno di Dio, il raggiungimento della pienezza della vita eterna, è la conquista del Paradiso.
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Corrado Gnerre
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Il termine “tradizione” significa “trasmissione”. Nel senso teologico, la Tradizione si può definire come la Parola di Dio, concernente la fede e la morale, non scritta, ma trasmessa a voce da Gesù, dagli Apostoli e da questi ai loro successori fino a noi. La Tradizione si dice divina quando riguarda l’insegnamento che viene direttamente da Gesù; divino-apostolica quando riguarda l’insegnamento degli Apostoli secondo l’ispirazione dello Spirito Santo. Gesù, infatti, promise: «Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto» (Gv. 14,26)
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Corrado Gnerre e Padre Serafino Maria Lanzetta
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