L’ultimo
pontefice finora canonizzato dalla Chiesa Cattolica veniva dalla marca
trevigiana, era figlio di gente umile (padre fattore, madre sarta) e in tutta
la sua vita ecclesiastica non ebbe cattedre universitarie, non scrisse
celebrati libri, né praticò in alcun modo la carriera diplomatica. Nulla fece,
insomma, che potesse far immaginare non solo dove un giorno sarebbe arrivato,
cioè all’onore e all’onere più alto di questo mondo, ma soprattutto ciò che
avrebbe poi fatto e scritto.
Santo e austero
nell’anima e nel corpo
Di
più. Giuseppe Sarto (Riese, 2 giugno 1835 – Roma, 20 agosto 1914) era di
carattere mite, pacifico, assolutamente dolce (ma mai sdolcinato: anzi, sempre
fermo nella difesa delle sacrosante norme liturgiche, dottrinali e morali della
Chiesa, e questo fin dalla gioventù), costantemente intento al servizio della
carità fraterna, in nome della quale, da seminarista, da sacerdote, da vescovo,
da Patriarca e infine da Papa, spese sempre tutto ciò che aveva, privandosi
sovente anche del suo personale per sovvenire ai più svariati bisogni della
vita quotidiana delle sue pecorelle, vicine e lontane (noto a tutti è quanto si
spese per i terremotati di Sicilia, insieme a san Luigi Orione).
Dalla
vita austera, alieno da ogni forma di nepotismo, ovunque fosse mandato a
svolgere la sua missione, lasciò della sua persona e del suo operato un ricordo
meraviglioso in tutti, e ovunque fu sempre amato, da tutti ritenuto santo, e
poi rimpianto.
Se Giuseppe Sarto, insomma, ha potuto fare
la “carriera” che ha fatto (e che, puntualmente, lui ha sempre tentato di
“frenare” in ogni modo, sebbene alla fine rimanendo sempre obbediente a ogni
incarico la Provvidenza gli affidasse tramite i suoi superiori), non fu per
quelle caratteristiche di “fascino” intellettuale o arte diplomatica e politica
oggi tanto indispensabili
per essere considerato e notato negli ambienti tanto mondani quanto purtroppo
nelle stesse gerarchie ecclesiastiche; ma fu anzitutto per le sue incontenibili
bontà e generosità personali, che apparivano immediatamente non solo dalle azioni
quotidiane ma anche dal suo stesso sembiante, sempre, dalla giovinezza alla
morte, fatto di pura bellezza del volto e maestosa e allo stesso tempo umile
personalità, come evidente traspare dalle foto che abbiamo di lui nelle varie
fasi della sua benedetta esistenza.
La Verità nella
carità
Era
necessaria questa pur brevissima premessa, che meriterebbe ben altra
esplicazione di fatti e prove, per chiarire una cosa a monte: san Pio X è
ricordato come il papa che ha condannato con rigida e impietosa fermezza il
modernismo e il processo di “aggiornamento” della Chiesa nel mondo odierno. Ebbene,
ciò è assolutamente vero, come diremo tra poco: ma questa non è l’“essenza”
della sua santità personale; la sua provvidenziale e tempestiva opera
antimodernista fu conseguenza della sua santità personale. San Pio X non è
santo perché fu antimodernista. Fu antimodernista perché era santo. E lo fu
nella misura in cui era santo.
Come
era solito dire, “
Guai se il medico è
pietoso
”. E così non ebbe esitazione alcuna nella fermissima condanna del
modernismo, “sintesi di tutte le eresie” e di tutte le relative pubblicazioni,
istituzioni e anche degli uomini ad esso asserviti.
Quello
stesso “umile sacerdote di campagna”, così semplice, caritatevole e buono,
divenne, una volta alla guida della barca di Pietro nella tempesta, il
salvatore della retta dottrina, il più fine e attento dei teologi, il più
profondo dei filosofi, il più energico dei leader religiosi, il più impietoso
(contro l’errore) dei medici spirituali.
“
Veritatem facientes in caritate
” sarebbe
ben potuto essere il suo motto programmatico di Pontefice. Egli scelse invece “
Instaurare omnia in Christo
”. Ma, a ben
vedere, è la stessa cosa. È sempre un figlio devoto dell’Apostolo delle Genti
che usa la spada spinto dal fuoco del suo amore per Dio e per il prossimo.
La guerra al
serpente modernista
Una
volta pontefice, la sua guerra all’errore micidiale del cancro interno alla
Chiesa divenne senza quartiere. L’11 giugno 1905 pubblicò l’Enciclica
Il Fermo proposito
, con la quale sciolse
l’Opera dei Congressi (ormai infettata dalle eresie di Romolo Murri),
ricostituendo poi il sodalizio con nuova struttura e affidandolo a uomini di
piena fiducia, fra cui il beato Giuseppe Toniolo.
Il
3 luglio 1907 condannò altre opere e 65 proposizioni con il decreto
Lamentabili sane exitu
, cui fece seguito
la costituzione del “Sodalitium Pianum”, che aveva anche l’incarico di indagare
su teologi, prelati e docenti sospetti di modernismo
Poi,
il passo gigantesco dell’uomo umile che tutto può in Colui che lo sostiene: l’8
settembre 1907 pubblicò l’Enciclica
Pascendi
dominici gregis
, vero monumento di profondità teologica e sapienza
filosofica, che fulmina il modernismo in ogni sua manifestazione filosofica,
teologica, biblica, storica, critica e sociale; condanna i libri, gli opuscoli
e i periodici propugnanti tali errori e sospende immediatamente quei “maestri”
che con i loro scritti e coi loro insegnamenti li propalavano.
E
per riuscire ancora più incisivo nella sua guerra alla menzogna, sulla scia di
san Pio V, scrisse un nuovo
Catechismo
della Chiesa Cattolica
, questa volta più specificamente adatto ai giovani e
ai semplici, sotto forma di domanda e risposta, proprio al fine di fornire ai
più esposti alla diffusione dell’errore le giuste armi di difesa nella retta
conoscenza della vera dottrina cattolica.
La “Crociata
eucaristica”
La
sua luce spirituale e teologica, come la sua forza d’azione, gli provenivano
dall’amore senza confini per l’Eucarestia. Questo era per lui l’alfa e l’omega
della sua attività riformatrice. Al riguardo, ci teneva subito a chiarire che
non occorreva dire niente di nuovo, perché san Tommaso d’Aquino aveva già detto
tutto e per sempre, ma occorreva riscoprire un rinnovato amore e una più
profonda devozione.
Con
vari decreti ed encicliche, comandò la Comunione frequente, anche quotidiana (e
per questo ridusse a tre ore il tempo necessario a poter assumere cibo prima di
accostarsi alla Comunione), fondò varie associazioni e favorì pubblicazioni per
l’adorazione del Ss.mo Sacramento fino all’Apostolato della Preghiera, nato
dopo la sua morte ma certamente frutto della sua strenua attività.
Soprattutto,
però, raccomandò (ed ebbe anche ad affrontare resistenze interne per questo) la
Prima Comunione dei bambini già a sette anni, onde evitare che, in età più
adulta, la loro anima la potesse ricevere già imbrattata dall’ombra del
peccato.
La purezza del
sacerdozio e del culto
Dal
culto eucaristico nasceva per lui la necessità della santità dei sacerdoti,
condizione imprescindibile per la diffusione del Cristianesimo nel mondo e per
la salvezza delle anime. Nel sacerdozio vedeva il fondamento indispensabile
alla realizzazione del suo programma di restaurazione di ogni cosa in Cristo
(d’altro canto, pose un freno alla nascita di continue nuove congregazioni) ed
era solito raccomandare ai vescovi di essere molto esigenti con la scelta dei
sacerdoti: «
Meglio pochi ma buoni. Che
farcene se sono dubbi e indegni?
».
Volle
un clero colto, e per questo favorì lo studio del tomismo sulla scia del suo
predecessore e fondò la Commissione Pontificia per la revisione della Vulgata e
l’Istituto Biblico.
Riformò
i seminari, creò il Grande Seminario Maggiore del Laterano, raccomandando ai
vescovi una strenua vigilanza sui seminaristi. Ebbe a dire un giorno ai
vescovi: «
Vegliate sui Seminari, sugli
aspiranti al Sacerdozio. Regna troppo spirito mortifero d’indipendenza per
l’autorità e la dottrina! Si grida libertà, libertà, e io invece dico:
Obbedienza, obbedienza!... Disciplina, disciplina!
».
Condusse
quasi a termine la riforma del Diritto Canonico e riformò anche alcuni
Dicasteri di Curia e i tribunali ecclesiastici. Non esitò (creando un certo scandalo)
ad abolire alcune feste religiose che riteneva in quei giorni inopportune e
diminuì i gravami delle norme del digiuno e dell’astinenza, in quanto, come
ebbe saggiamente a dire, è meglio pretendere poco e vigilare che venga
realmente fatto piuttosto che chiedere molto e chiudere gli occhi sapendo che
quel molto non viene rispettato.
Grande
sostenitore della solennità del culto, riformò il canto liturgico e la musica
sacra, affidandosi, quando ancora era a Venezia, al giovanissimo Lorenzo Perosi
per ridonare grande importanza al canto gregoriano (scrisse un Motu proprio ad
hoc). “La musica sacra deve essere santa, gli esecutori pii”, soleva dire, e
fra tutti prediligeva il Palestrina.
Giorni
drammatici della storia
Come
molti dei suoi predecessori sul Trono di Pietro aventi il nome da lui prescelto
(Pio II, san Pio V, Pio VI e Pio VII, il beato Pio IX), e come accadrà poi
anche a Pio XII, san Pio X visse momenti drammatici nella storia politica e
sociale dei suoi giorni.
Alieno
da esperienze diplomatiche e politiche dirette, ebbe però un “gran fiuto” nella
scelta del suo Segretario di Stato, il giovane card. Rafael Merry del Val y
Zulueta, sia per le sue eccellenti capacità politiche, ma sia ancor più per la
sua profonda pietà personale e serietà di religioso.
Insieme,
seppero, per quanto possibile, fronteggiare la terribile politica anticattolica
della Francia massonica della Terza Repubblica, senza però cedere in nulla alla
lotta per i principi imprescindibili. Nel
1906
con l’Enciclica
Vehementer Nos
dell’
11 febbraio
, l’Allocuzione
concistoriale
Gravissimum
del
21 febbraio
e l’Enciclica
Gravissimo Officii Munere
del
10 agosto
, proibì ogni
attività collaborativa all’applicazione della nuova legge ed esortò i cattolici
francesi a opporvisi con mezzi legali per difendere la tradizione cattolica del
Paese.
Analoghe
tensioni si registrarono con il
Portogallo
dopo l’avvento
nel
1910
della
repubblica
guidata da gruppi di potere anticlericali massonici. San Pio X rispose il 24
maggio 1911 con l’Enciclica
Iamdudum
.
Non
molto meglio andava in Italia, dove ormai sembrava inarrestabile l’avanzata dei
socialisti di Turati (e di Mussolini). Egli e il suo Segretario di Stato
intuirono la necessità di una deroga al
Non
expedit
di Pio IX per dar modo ai cattolici di votare i liberali di
Giolitti (ormai non più impregnati di anticlericalismo come nei decenni
precedenti) nei collegi ove il rischio socialista era altissimo, come a Milano
(operazione politica poi pienamente riuscita).
Inoltre,
negli anni del nazionalismo trionfante, san Pio X profetizzò – inascoltato – la
minaccia incombente di quello che lui chiamava il “guerrone”, che sarebbe
cominciato nel 1914 e avrebbe distrutto l’Europa. Mai profezia si avverò
meglio, purtroppo…
Fu tale il suo dolore per
questo, che offrì la sua vita a Dio per scongiurarlo, e ne morì di crepacuore il
20 agosto 1914, due settimane dopo le dichiarazioni di guerra e due settimane
prima dell’inizio della mostruosa strage della Somme. Come fu detto allora, fu
la prima vittima della Grande Guerra! (e, forse, anche del dolore accumulato in
tanti anni nella sua lotta senza quartiere al tumore modernista).
Santo!
Tutto
quanto detto in poche righe fu da Giuseppe Sarto comprovato nella maniera più
sublime che a un uomo possa spettare: con una serie innumerevole di guarigioni
scientificamente inspiegabili, sia quando era ancora in terra, sia dopo la
morte.
Fu
uomo di carità, Papa al servizio della Verità e della purezza, santo innamorato
di Cristo Eucarestia e di Maria Immacolata, alla quale dedicò un’apposita enciclica
non appena salito al Trono di Pietro (
Ad Diem Illum Laetissimum
, 2 febbraio 1904).
Quanto
servirebbe alla Chiesa, nei prossimi anni, un pontefice come san Pio X?