Siamo ai primi giorni del Sinodo sulla Famiglia e i
cattolici che partecipano attivamente alla vita della Chiesa locale e
universale si sentono coinvolti in prima persona da un dibattito di idee che
investe il discorso che fonda e struttura lo stare insieme delle comunità
famigliari. Non si può fare a meno di parlarne a tavola e in parrocchia
sollecitati da qualche presa di posizione di un padre sinodale o di qualche
commentatore rimbalzata dal web, dai telegiornali o dai quotidiani di carta. Così
ciò che si discute nell’aula pontificia si riverbera nel nostro quotidiano,
così ciò che a prima vista sembra solo teoria trova riscontro nella
osservazione pratica della realtà…
A questo proposito mia moglie mi faceva notare
stamane a colazione che fra tutte le coppie che conosciamo, nessuna, che abbia
avuto un modello di riferimento da parte dei genitori e una formazione minima
di cattolico praticante, si è poi separata o divorziata; vuoi vedere che a
questo alludevano gli intervenuti all’assemblea vaticana quando auspicavano una
risottolineatura più marcata dello sposarsi “nel Signore” ? E’ proprio questo
il punto focale della Dottrina che fa problema perché diviene incontro con la
Croce? E’ questo che viene tralasciato, beninteso quando ci sono, nelle
preparazioni al matrimonio messe su dalle parrocchie perché inconsciamente o
meno proporre la croce può suonare brutto? Ma se la Croce di Cristo non serve a
fare di me un padre migliore, a che serve? Mi dispiace insistere con il
tormentone sulla responsabilità della paternità, ma credo che rappresenti il
nodo antropologico ineludibile con cui bisogna fare i conti e che riguarda
anche le figure dei padri, appunto, sinodali. E’ la trama dell’umano in
quell’ordine della creazione, che secondo il Cardinal Sgreccia, deve essere
comunicato in modo più comprensibile mediante parole efficaci all’uomo di oggi;
per inciso, non a caso diciamo Padre Nostro quando preghiamo. E’ quel centro
che la cultura contemporanea, con l’aiuto di una Chiesa che non capitola, deve
ritrovare. Per il bene di tutte le persone, in ognuna delle quali è inscritta
la verità del legame coniugale e la sua stabilità, come spiega bene la stessa Nota
vaticana di presentazione dell’assise odierna; non si tratta quindi di
contrapporre legge e persona, ma di comprendere come aiutare a non tradire la
propria verità. Una verità che coincide con l’umano, con quell’animale dotato
di intelletto (Aristotele), che non è altro che un figlio che deve diventare
genitore e che questo compito naturale se lo deve riconfermare continuamente
con il linguaggio.
Un dovere morale questo della conferma continua che
ha a che fare con il peccato originale della Genesi, quella sorta di tendenza
centrifuga rispetto alla verità che contraddistingue l’umanità, descritta e
risolta per sempre dalla parabola del Figliol Prodigo, dove c’è un padre che
aspetta e non corre dietro al figlio che se ne è andato. Allora se è vero che ci
sono naufraghi da salvare come dice Mons.Forte o, nella versione di Agnoli sofferenze
da non dimenticare, e possibilmente da guarire, è altrettanto vero che ci sono innanzitutto
naufragi da evitare e giovani da educare con consapevolezza e responsabilità. E’
questo il principio della legge morale che va conosciuto e riconosciuto come
riferimento di ogni giudizio. Altrimenti si rischia di fare come il padre che
perdona e condona tutto a prescindere, in modo che non ci si senta obbligati a
confessare le proprie colpe ed omissioni per quello che è stato fatto male o
non è stato fatto per niente. Un
atteggiamento di indulgenza che più in generale appare più da nonni che da
padri, anche se in loro la dimenticanza e l’oblio, il sorvolare sugli effetti e
sulle cause fa aggio anche sull’età e su un ruolo genitoriale consegnato alla
generazione successiva e non dovrebbe essere questo il caso dei nostri
venerandi padri.
Una accoglienza misericordiosa quella prefigurata da
alcuni che non prevede discorso, molto più emotiva che razionale, molto più
femminile che maschile, sull’onda di quella trasformazione in atto, almeno per
il mondo occidentale, per cui si parla di una società senza padri. Insomma, è
ancora e sempre più attuale il “Santità, siate virile!” di Santa Caterina,
ricordato e chiosato opportunamente da su “Tempi” Peppe Corigliano (“Padri,
siate virili. Insegnateci ad amare fino a morire”) Siate virili e non
contribuite, secondo le parole usate da Mons. Paglia, a scomporre,
destrutturare per poi ricomporlo a proprio piacimento, quel grande dono
all’umanità che sono il matrimonio, la famiglia e la vita. Si rischia di
tornare al caos.
E penso alla testimonianza del mio amico Antonio,
che ha subito da sposato, come nei casi citati in questi giorni come prova estrema
delle difficoltà esistenziali a cui venire incontro, l’abbandono e il
tradimento del vincolo a cui pure aveva deciso di rimanere fedele fino alla
morte che lo ha colto ancor giovane: la difesa dei principi la si deve anche a
lui.