Chiarimento necessario in attesa del
Sinodo sulla Famiglia del 2015
Se
si può comprendere un ateo che critica la posizione della Chiesa Cattolica sul
divorzio e sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati con
rito civile, non si capisce assolutamente la critica sollevata da molti che si
dicono cattolici.
Partiamo
dal presupposto che se uno dice di essere cattolico sa cos’è la Fede cattolica,
conosce cioè i dettami alla base della stessa ed i principi a cui la Chiesa
deve rifarsi. Conosce quindi il Catechismo. Conosce il Magistero. Almeno conosce
i tratti fondamentali di quel che sostiene di credere.
Dato
questo presupposto, riassumiamo in breve (per quanto possibile) quel che da
sempre è la legge sul matrimonio e sull’Eucarestia.
Fondamentale
è,
in
primis
, ricordare, e purtroppo mi rendo conto ce ne sia spesso il
bisogno, che «
il matrimonio
non fu istituito né restaurato dagli uomini, ma da Dio; non dagli uomini ma da
Dio, autore della natura, e da Gesù Cristo, Redentore della medesima natura, fu
presidiato di leggi e confermato e nobilitato. Tali leggi perciò non possono
andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione,
nemmeno degli stessi coniugi
» (
Pio
XI,
Casti
connubii
, 31.12.1930).
E tra quelle
leggi ricordate da Pio XI ce ne sono alcune in cui Cristo certifica
l’indissolubilità del matrimonio e condanna senza mezzi termini divorzio e
seconde nozze:
«
Fu anche detto: - Chiunque rimanda la
propria moglie, le dia il libello del divorzio. - Io invece dico a voi: -
Chiunque manda via la propria moglie, salvo il caso di fornicazione, la rende
adultera, e chiunque sposa la donna mandata via, commette adulterio
» (Mt 5,
31-32); «
Allora i Farisei andarono a trovarlo, e per tentarlo gli
domandarono: “È lecito mandar via la propria moglie per qualunque motivo?”.
Egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e
femmina e disse: - Per questo lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà
con sua moglie e i due saranno una sola carne-? Perciò essi non sono più due,
ma una sola carne. Non divida dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto”.
“Perché dunque,” gli chiesero “Mosè prescrisse di darle il libello del ripudio
e di mandarla via?”. Rispose loro. “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi
permise di ripudiare le vostre mogli; ma da principio non era così. Io poi vi dico
che chiunque mandi via sua moglie, salvo il caso di fornicazione, e ne sposa
un’altra, commette adulterio, e chi s’ammoglia con la donna ripudiata, diventa
adultero
» (Mt 19, 3-9); cfr. anche Mc 10, 2-12 e Lc 16, 18.
Impossibile dunque continuare a cercare un modo per sostenere che non è
possibile riportare a Gesù la condanna del divorzio e delle seconde nozze e che
fu la Chiesa a inventare tutto, così sostenendo anche che la Chiesa ha
manipolato a proprio piacimento il “vero” insegnamento di Cristo.
Gesù Cristo condanna con chiarezza e forza «
il divorzio, come causa
di peccati e di dissoluzione. Egli condanna ogni degradazione dei sensi e
riconduce il matrimonio alla sua nobiltà; ridona alla donna la sua dignità,
negando con forza che ella sia oggetto di piacere o termine di ammirazioni
sensuali o sentimentali … Toglie ogni pretesto anche legale alla corruzione e
alla degradazione della donna e abolisce la legge del ripudio; vuole che la
donna sia regina e madre nella casa e non sia come un oggetto di divertimento
che si desidera e si abbandona come si vuole
»
.
Nella Sua infinita sapienza, si rifà alle parole della Genesi (2, 24)
che determina la natura del matrimonio e chiarisce che «
non si trattava di
un’unione capricciosa o accidentale di due creature, ma di un’unione intima,
così piena da formare come una sola carne, benedetta da Dio per attuare la
riproduzione e la conservazione del genere umano. L’uomo, dunque, non poteva
separare ciò che Dio ha congiunto con una legge di provvidenza e di amore che è
sacra
»
.
Il Magistero della Chiesa Cattolica, dunque, non può che essersi
attenuto a quel che il suo Fondatore ha insegnato e ha ribadito con chiarezza
lungo il corso dei secoli
.
Da tutto quanto riportato appare chiaro che il divorzio è da
considerare una grave offesa al sacramento del matrimonio
,
ma ancor prima alle parole stesse di N.S. Gesù Cristo che ordinò «
non divida
dunque l’uomo quello che Dio ha congiunto
».
Ulteriore e indiscutibile conseguenza di questi dettami di Cristo,
almeno per uno che si dice cattolico, è che la grave offesa procurata al
sacramento del matrimonio con il divorzio e le seconde nozze “rate e consumate”
pone chi l’ha fatta nella condizione di peccato mortale.
Il Catechismo di San Pio X ci insegna che «
i
l peccato
mortale è una disubbidienza alla legge di Dio in cosa grave, fatta con piena
avvertenza e deliberato consenso
»
(can.
143) e che la grazia di Dio perduta per il peccato
mortale «
si riacquista con una buona
confessione sacramentale o col dolore perfetto che libera dai peccati, sebbene
resti l’obbligo di confessarli
» (can. 146).
Sempre il Catechismo di San Pio X ci insegna che «
essere
in grazia di Dio significa avere la coscienza monda
da ogni peccato mortale
» (can. 336).
Tutta questa
premessa è utile a riassumere alcuni punti fondamentali della dottrina
cattolica, che, ribadisco, chi si dice cattolico dovrebbe conoscere; punti necessari
anche per poter capire perché una persona che ha divorziato e poi si è sposata
con rito civile con un altro/a partner non è in grazia di Dio.
Non è palese
che, se Gesù ha condannato il divorzio, ammonendo l’uomo di non dividere ciò
che Dio ha unito, se Gesù ha chiamato adultero/a chi, ripudiati la moglie o il
marito, si congiunge con altra persona, chi contravviene ai Suoi insegnamenti
ed alle Sue prescrizioni in modo grave cade nella condizione di peccato
mortale? Possibile ci sia chi si dice cattolico e gli sembra strano quanto ricordato?
Data però la
certezza di quanto sopra riportato, arriviamo alla centro del nostro discorso.
Alla base del
dubbio sul divieto di accedere all’Eucarestia per i divorziati sposati
civilmente non c’è tanto la non conoscenza approfondita della dottrina sul
matrimonio, quanto (peggio) la mancata conoscenza di cosa sia l’Eucarestia. O,
forse, in alcuni casi, il non volerlo vedere. Altrimenti non si spiega.
Se, infatti, uno
sa cos’è l’Eucarestia, Chi c’è nell’Eucarestia, come fa a sostenere che chi è
in peccato mortale possa avvicinarsi a questo Sacramento?
Misteri della
vita. O, forse, semplicemente effetti della crisi della e nella Chiesa.
È necessario un
piccolo sunto.
Sempre
riportandosi al Catechismo di San Pio X, studiamo che l’Eucaristia «
è il sacramento che, sotto le apparenze del
pane e del vino, contiene realmente Corpo, Sangue, Anima e Divinità del Nostro
Signor Gesù Cristo per nutrimento delle anime
» (can. 316) e che «
nell’Eucaristia c’è lo stesso Gesù Cristo
che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine
» (can. 322)
.
Inoltre sappiamo che «
sotto le apparenze
del pane c’è tutto Gesù Cristo, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità; e così
sotto quelle del vino
» (can. 331).
Anche
questa è una verità indiscutibile e
costantemente ricordata dal Magistero della Chiesa
.
Per poter fare una buona Comunione, il cattolico sa che deve essere in
grazia di Dio e che deve essere consapevole di Chi si va a ricevere
.
Quindi che non deve essere in peccato mortale (anche se comunque sarebbe meglio
evitare anche di avere peccati veniali) e avere certezza che ci si sta
accostando a N.S. Gesù Cristo
.
Non si può aver il minimo
dubbio che chi si trova nella condizione che Cristo ha avvertito di evitare,
cioè aver sciolto il matrimonio ed essersi unito ad altra persona, è in stato
di peccato mortale costante, esattamente come chi convive
more
uxorio
,
ma anche di chi intrattiene rapporti sessuali con una persona sposata con
altri.
L’unione successiva al divorzio, pur avendola
certificata di fronte ad un’autorità civile, non esiste per Dio.
Chi è in questa condizione inoltre contravviene anche all’altro
elemento necessario per la validità e utilità della Confessione:
il dolore dei
peccati ed il proponimento di non commetterne più
. Non può essere assolto chi non abbia questi
requisiti ed allora l’unico modo che ha il divorziato sposato civilmente di
potervi accedere è quello di uscire dalla situazione di grave peccato e viverla
in continenza e secondo le regole di Dio (anche se, per motivi gravi, come
l’educazione dei figli, dovesse continuare a vivere con il partner).
A quanto sembra, si chiede invece da parte di molti che si ammettano alla
Comunione i divorziati sposati civilmente solo con un “percorso di penitenza”
che servirebbe quasi solo a “bonificare” il secondo matrimonio.
Alla luce di quanto appena ricordato si comprende facilmente
l’impossibilità di accogliere questa ipotesi: è in netto contrasto con il
dettato divino, perché permetterebbe a chi è in peccato grave (il periodo di
“penitenza” non sarebbe certo il sacramento della Confessione) e, soprattutto,
continua ad esserlo (non si dice che si debba essere pentiti, né che si debba
lasciare la condizione di peccato, anzi, il contrario, dopo il periodo di
“penitenza” si potrà tranquillamente continuare a vivere come se nulla fosse
stato) di avvicinarsi comunque a Cristo.
In conclusione, alla luce della dottrina pervenutaci da Gesù, come si
può continuare a cercare un modo per avvicinare i divorziati sposati civilmente
all’Eucarestia? Come si può voler accostare chi è in peccato mortale a Cristo,
senza con ciò stravolgere e manipolare l’insegnamento del nostro Signore?
Sostenere questi tentativi, come si diceva, vuol dire ignorare, o
peggio non voler più vedere, a Chi si vuole far questo e disinteressarsi
dell’aspetto divino delle istituzioni in oggetto, nonché del sacrilegio a cui
si va incontro.
Portando così se stessi, e chi in buona fede segue queste tesi, alla
morte dell’anima: «
perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del
Signore, mangia e beve la propria condanna
»
.
Iniziamo invece a dire la verità, senza la paura di dar fastidio al
mondo, ricordandoci che si è nel mondo, ma non si è del mondo. Iniziamo a fare
la vera carità che è dire la verità a chi ne è lontano. Iniziamo a ricordare
che l’unico modo che abbiamo per accostarci degnamente a Cristo, e quindi
all’Eucarestia, è quello di accedere prima al sacramento della Confessione
, «
sacramento istituito da Gesù Cristo per
rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo
»
.
Che questo prima ancora che un obbligo è un nostro interesse, perché ci
permette di salvare la nostra anima.
E ritorniamo a
spiegare che, se la Chiesa non ammette alla Comunione eucaristica chi ha
divorziato e si è unito civilmente ad altra persona, è perché «
sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento
che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a
quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata
dall’Eucaristia
»
ed anche che «
c’è un altro peculiare
motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli
rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa
sull’indissolubilità del matrimonio
»
.
Così come si
deve tornare a spiegare che è la riconciliazione nel sacramento della
Confessione l’unica strada possibile per il riavvicinamento all’Eucaristia e
che questa «
può essere accordata solo a
quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a
Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in
contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio
»
e
quindi la continenza.
Solo così, con
chiarezza e fermezza (che non vogliono assolutamente significare
intolleranza!), si potrà imboccare la strada di un ritorno ad un credo
totalmente e realmente cattolico.
In
primis
, è questo è il problema più
serio, a cominciare da molti esponenti del Clero.
«
Noi fermamente e senza dubbio alcuno con cuore puro crediamo, e con
semplicità con parole credenti affermiamo, che il sacrificio, cioè il pane e il
vino, dopo la consacrazione è il vero corpo e il vero sangue del Signore nostro
Gesù Cristo; nel quale noi crediamo che nulla di più da un sacerdote buono e
nulla di meno da uno cattivo è compiuto; perché si compie non per merito del
consacrante, ma per la parola del Creatore e per la forza dello Spirito Santo
»,
Innocenzo III, Lettera
Eius
exemplo
all’arcivescovo di Tarragona,
18.12.1208, Professione di fede prescritta ai valdesi; «…
infatti il suo
corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare,
sotto la specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel
corpo, e il vino nel sangue per divino potere
», Concilio Lateranense IV,
Cap. 1, 11-30/11/1215; Nella Lettera di Clemente IV
Quanto
sincerius
del 28.10.1267 all’arcivescovo Maurino di Narbonne, il Papa riprende
l’arcivescovo, dicendosi scandalizzato, che aveva asserito che «
Gesù Cristo
non è con la sua essenza sull’altare, ma solamente come indicato sotto un segno
».
Clemente IV dice chiaramente che tali affermazioni «
contengono una manifesta
eresia e annullano la verità di quel sacramento
»; «
E in virtù delle
stesse parole [di Cristo, ndr] la sostanza del pane si trasforma in corpo di
Cristo, e la sostanza del vino in sangue. Ciò avviene però in modo tale che
tutto il Cristo è contenuto sotto la specie del pane e tutto sotto la specie
del vino e, se anche questi elementi venissero divisi in parti, in ogni parte
di ostia consacrata e di vino consacrato vi è tutto il Cristo
», Concilio di
Firenze, Bolla sull’unione con gli armeni
Exsultate
Deo
,
22.1.1439;
«
In primo luogo questo santo sinodo insegna e professa
apertamente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia,
dopo la consacrazione del pane e del vino, il nostro Signore Gesù Cristo, vero
Dio e vero uomo, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente [can. 1],
sotto l’apparenza di quelle cose sensibili
» (Cap. 1) - «
È quindi
verissimo che sotto una sola specie è contenuto tanto, quanto sotto entrambe.
Cristo, infatti, è tutto e integro sotto la specie del pane e sotto qualsiasi
parte di questa specie; e similmente è tutto sotto la specie del vino e sotto
ogni sua parte
» (Cap. 3) - «
Poiché il Cristo, nostro redentore, ha detto
che ciò che offriva sotto la specie del pane era veramente il suo corpo, nella
chiesa di Dio vi fu sempre la convinzione, e questo santo concilio lo dichiara
ora di nuovo, che con la consacrazione del pane e del vino si opera la
conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo del Cristo,
nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue.
Questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla
santa chiesa cattolica transustanziazione
» (Cap. 4), Concilio di Trento,
Sess. XIII, 11.10.1551, Decreto sul sacramento dell’Eucaristia; «
Se qualcuno
negherà che nel sacramento dell’eucaristia è contenuto veramente, realmente,
sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima
e la divinità, e, quindi, il Cristo tutto intero, ma dirà che esso vi è solo
come in un simbolo o una figura, o solo con la sua potenza, sia anatema
»
(Can. 1), Concilio di Trento, Sess. XXII, 17.9.1562, Dottrina e canoni sul
sacrificio della Messa; «Riconosco parimenti che nella messa viene offerto a
Dio un vero e proprio sacrificio di espiazione per i vivi e per i morti, e che
nel santissimo sacramento dell’eucaristia c’è veramente, realmente e
sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme all’anima e alla divinità, del
nostro Signore Gesù Cristo, e che avviene la trasformazione di tutta la
sostanza del vino e del sangue, trasformazione che la chiesa cattolica chiama
transustanziazione. Confesso che anche sotto una delle due specie viene assunto
Cristo completo e integro e il vero sacramento», Pio IV, Bolla
Iniunctum
nobis
, 13.11.1564, Professione di fede tridentina; «
Anche se è quanto
mai conveniente che quelli che fanno uso della comunione frequente e quotidiana
siano privi di peccati veniali, per lo meno quelli pienamente deliberati, e
dall’affetto nei loro confronti, è tuttavia sufficiente che siano senza peccati
mortali, unitamente al proposito di non peccare mai più nel futuro
», S. Pio
X, Decreto
Sacra
Tridentina
Synodus
, 16.12.1905, La
comunione eucaristica quotidiana, punto 3; «
Il sacrificio dell’altare non è
una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è
un vero e proprio sacrificio, nel quale, immolandosi incruentemente, il sommo
sacerdote da ciò che fece una volta sulla croce offrendo al Padre tutto se
stesso, vittima graditissima … Per mezzo della “transustanziazione” del pane in
corpo e del vino in sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo
corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche poi, sotto le quali è
presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue
», Pio
XII, Enciclica
Mediator
Dei
, 20.11.1947; «
Tale presenza si
dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per
antonomasia perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo,
Uomo-Dio, tutto intero si fa presente. Malamente dunque qualcuno spiegherebbe
questa forma di presenza, immaginando il corpo di Cristo glorioso di natura
“pneumatica” onnipresente; oppure riducendola ai limiti di un simbolismo, come se
questo augustissimo sacramento in niente altro consistesse che in un segno
efficace “della spirituale presenza di Cristo e della sua intima congiunzione
con i fedeli membri del corpo mistico
», Paolo VI, Enciclica
Mysterium
fidei
, 3.9.1965.