Il
Comitato Sì alla famiglia
,
presieduto da Massimo Introvigne, ha lanciato a Roma il 16 gennaio, in una
riunione con parlamentari di diversi partiti una proposta di legge dal titolo
Testo
unico sui diritti dei conviventi
. In questa sede non entreremo nel
dettaglio delle singole disposizioni, cosa che riserviamo ad un successivo
analitico intervento, ma cercheremo di tratteggiare il vulnus alla famiglia
naturale costituito dallo stesso testo unico considerato nel suo complesso
.
Il testo,
secondo i promotori,
«
rende
maneggevoli e coordina disposizioni che l’ordinamento italiano già prevede,
esplicitamente o implicitamente, per le persone impegnate in convivenze. Tra
questi l’assistenza del partner in ospedale e in carcere e la successione
nei contratti di locazione. Il testo ribadisce che il partner di fatto ha titolo,
a determinate condizioni, al risarcimento del danno subito dall’altro partner e
all’indennizzo che spetta al partner vittima di delitti di mafia o di
terrorismo. Tutto questo per le convivenze tra persone sia di sesso diverso,
sia dello stesso sesso
».
Non è
esattamente così perché il Testo Unico costituisce un passo decisivo nel
cammino della teoria del gender.
Sollecitiamo infatti l’attenzione del lettore sul
passo precedente perché il principio ispiratore del DDL si ritrova appunto in
quell’ IMPLICITAMENTE. Orbene, se una cosa è esplicita infatti
nulla
quaestio
, ma se è implicita, perché acquisti vita, è necessario un processo
di interpretazione per il quale sono necessari dei canoni ermeneutici. Ma il
canone ermeneutico adoperato dai promotori del disegno non è forse quello dei
fautori dell’omosessualismo? Cosa è infatti riconoscere – senza opporvisi –
tutti i diritti oggi solo potenzialmente esistenti nel nostro ordinamento per
le convivenze?
In realtà,
come hanno giustamente osservato su “Riscossa Cristiana” Elisabetta Frezza e
Patrizia Fermani
«
con
quella che si pretenderebbe di far passare come una mera raccolta di
provvedimenti di varia natura dettata da motivi di ordine pratico, e che viene
chiamata in modo suggestivo “testo unico”, si propone un sistema chiuso di
norme
»
.
(cfr.
qui
)
:
Orbene un
sistema di tal fatta non è da considerarsi un insieme di disposizioni ciascuna
con la sua
ratio
, ma come un
unicum
con una propria
ratio
, che si ricava da una lettura
complessiva di tutte le norme, ed è pertanto destinato ad influenzare anche la
successiva produzione normativa. Se è vero che molte delle disposizioni
de
quo
sono dettate da decisioni della magistratura italiana e comunitaria che
spinge verso l’equiparazione delle unioni di fatto, etero ed omosessuali alle
legittime unioni familiari, non si comprende perché una legge promossa da
parlamentari sedicenti cattolici dovrebbe sancire tali abnormi decisioni.
Lo scopo
del progetto di legge sarebbe, secondo i promotori
, quello di «
distinguere con
estrema chiarezza il cosiddetto “matrimonio” omosessuale, con la
conseguente possibilità di adottare figli, cui siamo assolutamente contrari
anche qualora lo si nasconda pudicamente sotto il nome di “unioni civili”
»
.
Per questo, non è prevista, affermano i promotori «
né l’adozione né la
riserva di legittima per la successione né la reversibilità delle pensioni, che
sono cose tipiche dei matrimoni o almeno di simil-matrimoni
»
.
Il
risultato è però totalmente contrario alle intenzioni dichiarate
, in quanto
riconosce e sancisce le unioni di
fatto, come un categoria giuridica foriera di diritti in quanto tale, anche se,
come è apertamente dichiarato: dispone che «
…..ai conviventi, dello stesso
sesso o di sessi diversi, sono riconosciuti i diritti e i doveri relativi alla
sanità, alle carceri, alla locazione, ai risarcimenti, ma vuole chiudere la
porta al “matrimonio” e alle adozioni, ora ha un testo su cui convergere».
Questa affermazione non è però condivisibile in quanto, a parte tutta una serie
di nuove norme, anche relativamente alla procreazione assistita,
“implicitamente” tratte da norme esistenti (il che significa che al momento non
esistono), è evidente che il testo del DDL conferisce una organicità prima
inesistente e consolida proprio quelle decisioni della magistratura che vengono
criticate. In sostanza l’interprete dovrà analizzare ogni norma alla luce di
tutte le altre del testo unico, il che nella migliore delle ipotesi, ne fa una
“base” stabile ed organica per un ulteriore salto in avanti costituito appunto
da quel matrimonio omossessuale che i promotori si propongono di scongiurare.
Il DDL
aggancia
il rapporto di convivenza al regolamento anagrafico riconoscendo giuridicamente
«
l’unione fra due persone legate
da stabili vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nel medesimo
comune, insieme con i familiari di entrambi che condividano la dimora
»
(art. 3 del testo). La proposta di legge crea dunque uno status giustificato
dal mero vincolo affettivo che lega i conviventi. E che conduce inevitabilmente
al “matrimonio” tra persone dello stesso sesso.
Di fatto,
Si
alla Famiglia
riesuma il disegno di legge DICO
(DIritti e doveri delle persone
stabilmente COnviventi), presentato dal governo Prodi nel febbraio 2007
finalizzato al riconoscimento nell’
ordinamento giuridico
italiano
di taluni
diritti
e
doveri
discendenti dai rapporti di “
convivenza
” registrati all’
anagrafe
.
Non è ancora lo pseudo-matrimonio omosessuale, ma si situa in un processo
di distruzione dell’istituto familiare che inizia con il divorzio (1972-1974) e
il nuovo diritto di famiglia (1975) e arriva oggi alle sue coerenti
conclusioni. Non stupisce che i fautori della nuova etica postmoderna
promuovano quest’itinerario di dissoluzione. Ma non è paradossale che a
sostenerlo siano dei cattolici e in nome del sì alla famiglia?