Corriere della Sera, 9 luglio 2014, p. 12, trafiletto in
basso a destra: un pasticcere di Belfast rischia di essere incriminato perché
si è rifiutato di preparare una torta recante il marchio di una associazione
irlandese omosessualista. Accusa: discriminazione a sfondo sessuale.
È da precisare che la ditta (i proprietari hanno ben sei
negozi) ha specificato che il rifiuto è dovuto alle proprie convinzioni
religiose: sono cattolici e sostenitori della famiglia naturale e hanno anche
restituito i soldi della caparra all’associazione che aveva commissionato la
torta. Ma quest’ultima ha avanzato comunque denuncia.
Diciamocelo francamente: ci sono pochi dubbi su come andrà a
finire. Eppure questo è uno di quei casi su cui occorre non solo fermarsi a
riflettere, ma soprattutto agire in difesa dei pasticceri.
Anzitutto la riflessione.
Di casi come questo se ne sentono sempre di più e il numero
di essi andrà a crescere costantemente, perché è chiaro che siamo sotto
processo di omosessualizzazione dell’intera società occidentale. L’arroganza
senza freni degli omosessualisti (che non corrispondono tout court agli
omosessuali, sia perché vi sono tanti omosessuali che vivono la proprio
esistenza nel silenzio e in fondo senza dare fastidio a nessuno, senza avanzare
“diritti”, sia soprattutto perché vi sono fra gli omosessualisti tanti che
omosessuali non sono affatto, a partire dai loro sostenitori più celebri:
attori vari, politici e ora anche amanti e mantenute di politici, più tanti cialtroni
di vario genere) si fonda sul principio dei diritti umani. Questo è un punto
nodale, dove il mondo cattolico è non solo vittima di se stesso (avendo
accettato pienamente la società nata dalla Rivoluzione Francese con tutto il
suo patrimonio di “diritti”), ma anche carnefice, in quanto non sembra
minimamente redimersi e uscire dalla trappola in cui è caduto. E se errare è
umano…
Non basta infatti teorizzare a tavolino i confini etici e
morali per porre un freno alla deriva sovversiva. I discorsi a tavolino, i
convegni, gli scritti in libri tanto autorevoli quanto poco letti, non
producono alcun effetto pratico, come la storia degli ultimi decenni ben ci
dimostra.
L’aver accettato la rivoluzione dei diritti umani ha
spalancato le porte della dissoluzione della società. Infatti, chi può
stabilire quali siano i confini dei diritti umani? Qual è il limite preciso fra
il bene e il male, il lecito e l’illecito, una volta che ci si fonda su
presunti diritti e non su divinamente manifestati doveri? Conosco bene la
risposta cattolica, ovviamente: il diritto naturale. Il fatto però è che questa
risposta, esatta in sé in linea di principio, produce nei fatti concreti a sua
volta altri problemi di interpretazione (ne vediamo ogni giorno le conseguenze,
anche all’interno dello stesso mondo cattolico più tradizionale e legato al
magistero della Chiesa), creando ulteriore confusione e soprattutto non è affatto accettata da
tutto il mondo laicista, che non riconosce il diritto naturale e che anzi,
ormai, coerentemente con le sue intenzioni, non riconosce più nemmeno i
concetti di bene e male, lecito e illecito.
La verità è che da quando la Chiesa (e quindi il mondo
cattolico) ha fatto propria l’ideologia dei diritti umani (certo, con
l’intenzione buona di difendere il diritto alla vita, alla libertà personale, in
chiave antitotalitaria, ecc.) ha automaticamente abdicato – non in via di
principio ovviamente, ma nei fatti come risultato concreto della vita vissuta
quotidianamente – ai dieci comandamenti. Mi spiego: so bene che ufficialmente
nella Chiesa sono sempre in vigore, anche perché, come si suole dire,
corrispondono appunto al diritto naturale. Ma la verità – e la verità fa male –
su cui non si è voluto riflettere, è che mentre i comandamenti di Dio si
fondano sui diritti di Dio e quindi sui doveri dell’uomo, i diritti umani
proclamati nel 1789 e ripresi tante volte e specialmente nel 1948 si fondano
proprio sul principio illuminista e massonico che il dovere di un uomo nasce
non dai comandamenti divini (a cui non si crede) ma appunto sui diritti che
ciascun uomo proprio per nascita ha in sé (il famoso principio per cui i miei
diritti finiscono dove cominciano quelli di un altro).
Diciamocelo francamente: per la solita volontà di piacere al
mondo e di arrivare fino al confine del possibile pur di aderire alla
modernità, si è voluto cadere nel gioco del nominalismo: non si sono certo
rinnegati – almeno in linea di principio e dal punto di vista del magistero – i
dieci comandamenti, ma si è voluto dare loro il nome di “diritti dell’Uomo”
rivestiti della patina della fede e della dottrina. Il diritto a non essere
uccisi, a non essere derubati, calunniati, il diritto al rispetto del proprio
corpo, dell’indissolubilità del matrimonio, ecc. Nel concreto, nell’accezione
che la gente comune ha, tutto diventa un diritto in funzione umana, non più un
dovere in chiave di legge divina.
È in fondo la trasposizione dell’insegnamento tomista del
diritto naturale con quello lockiano-illuminista-kantiano.
Questa affermazione non è un sofisma o una prospettiva relativista
dei diritti umani: questo è il portato costitutivo dei diritti umani intesi
come ideologia illuminista e rivoluzionaria, l’unico modo però universalmente oggi
accettato di intendere i diritti umani. Voglio dire che mentre il mondo
cattolico si affatica in libri, dizionari, convegni ecc. ecc. per trovare la
formula esatta per esprimere il confine tra il lecito e l’illecito uno volta
accettata – come è stata accettata – l’ideologia dei diritti umani, tutto il
resto del mondo (ovvero chi comanda e conduce oggi la storia e dirige la
società) se ne strafrega altamente (ci si passi il termine volgare) dei libri e
dei convegni, delle università e dei discorsi papali o meno e porta avanti
senza sosta alcuna e senza limite alcuno la dissoluzione quotidiana della
società civile, ormai di fatto orfana dei dieci comandamenti e quindi del bene
inteso come guida divina della convivenza civile.
L’immensa trappola in cui è caduto il pensiero cristiano
odierno è proprio quella di voler far finta a tutti i costi di credere che il
mondo del laicismo rivoluzionario abbia, come dire, “buone intenzioni”. Tutti
in fondo al cuore sanno che non è così, ma tutti fanno finta che sia così (per
le più svariate ragioni, dalla poca intelligenza personale alla furbizia
carrieristica, dall’incapacità alla reazione virile alla paura condizionante, ecc.)
e che sia solo questione di farsi comprendere bene. Ecco allora le encicliche
dei papi su questo argomento (per carità, ottime in sé), ecco i grandi convegni
di intellettuali ed esperti di buona volontà, ecco i libri, ecco perfino le
università… tutto molto bello ed edificante: peccato che rimane carta straccia
per tutta la società laicista e rivoluzionaria, il cui unico scopo è la
sovversione del mondo come Dio lo ha creato.
Ma l’errore di cui stiamo parlando non produce solo
l’inutilità degli sforzi dei “buoni”: l’errore ha prodotto e produrrà anche il
vantaggio dei cattivi, perché è proprio in nome dei diritti umani che gli omosessualisti
non solo avanzano diritti inaccettabili e incivili, come quello di adottare
bambini togliendoli ai genitori naturali, ma agiscono, con tutto l’appoggio dei
media e oggi anche dei politici non solo di sinistra ma anche di “destra”, per
la conquista dell’intera legislazione in modo che, con la complicità di parte
della magistratura, possano imporre il loro punto di vista per legge. Insomma,
in nome dei diritti dell’uomo, il pasticcere di Belfast non ha diritto e quindi
non ha la libertà di rifiutarsi di fare una torta. Il che, tradotto, vuol dire
che in nome dei diritti dell’uomo non v’è più il diritto fondamentale alla
libertà, quello peraltro in nome del quale si sono fatte le rivoluzioni
americana e francese e si è scritta la dichiarazione universale del 1948.
È la logica conseguenza, in realtà. Gli omosessualisti, come
gli animalisti et similia, sono assolutamente coerenti. Sanno bene che la
storia è dominata dal più forte, che la natura stessa è dominata dal più forte,
come il loro maestro (troppo spesso dimenticato) ha insegnato, tale Baruch
d’Espinosa, meglio conosciuto come Spinoza, maestro indiscusso del panteismo
materialista e teorizzatore della legge di natura come le legge del più forte
(sebbene egli proponesse, come rimedio alla guerra di tutti contro tutti di
hobbesiana memoria, l’uso della razionalità umana); e, pertanto, una volta data
per accettata universalmente la società fondata sui diritti, quando si
scontrano diritti degli uni contro diritti degli altri (perché questo scontro è
inevitabile, ciò che i cattolici fanno finta di non capire), vincono quelli che
hanno più forza di far valere i loro diritti. Vale a dire: si torna un’altra
volta alla legge del più forte, proprio ciò che in teoria la società dei
diritti avrebbe dovuto evitare.
Insomma, avendo preferito di anteporre i diritti umani ai
doveri del decalogo (magari presentandoli come tutt’uno…), si è precipitati
nell’anarchia morale e quindi nel più spaventoso totalitarismo politico e
giudiziario.
Detto quindi semplicemente: il pasticcere perderà, perché è
cattolico (e quindi non è difeso da nessuno, anzitutto dai cattolici stessi, i
quali si preoccupano solo di non disturbare il conducente, come insegnano oggi
perfino le più alte gerarchie della Chiesa) mentre gli omosessualisti
vinceranno, e con loro perderà l’uomo e la civiltà.
E se anche per caso, in questa specifica situazione, ciò non
avvenisse, possiamo essere certi che avverrà altrove, e ciò farà da esempio e costituirà
precedente per il futuro, finché il Moloch che ci siamo costruiti in questi due
secoli imporrà a tutti per legge – come se fosse cosa giusta in sé – la volontà
degli omosessualisti, come quella degli animalisti o altro a tutti coloro che
invece vorrebbero vivere come l’umanità ha sempre vissuto. E questo, ovviamente,
in nome della libertà umana, esattamente come in nome della fraternità durante
la Rivoluzione Francese furono massacrate 500.000 persone e in nome della
libertà Robespierre instaurò la prima mostruosa tirannide della modernità.
Non ci si illuda che la questione valga solo per gli
omosessualisti: tra poco vegani e animalisti ci denunceranno per maltrattamenti
agli animali quando mangeremo un panino con la mortadella o il pollo arrosto.
Dapprima il giudice di turno sarà in imbarazzo, ma poi un altro emanerà la
condanna e a quel punto farà scuola. In più, sorgeranno ovunque attrici,
giornalisti, deputate e amanti varie a portare avanti la “campagna di
sensibilizzazione” generale, con spot “pubblicità e progresso”, con Corriere della
Sera, Repubblica e giornali vari, e, soprattutto, con l’intellettuale di turno
di “destra” (il Feltri della situazione) e l’immancabile ecclesiastico
benedicente pronti a fare la loro parte di traditori illuminati.
E cosa accadrà? Semplice: che chi mangerà o venderà (capito
l’antifona signori proprietari di macellerie?) carne finirà in galera, come chi
scriverà per difendere la vendita e il diritto di mangiare carne. Come
esattamente sta capitando con l’omosessualismo. Capiterà, ad esempio, che lo
Stato deciderà di togliere i figli ai genitori per crescerli e educarli secondo
il nuovo mondo che si vuole costruire e chi si opporrà finirà in galera.
Capiterà che chi oppone resistenza ad avances omosessuali sarà un omofobo, e
apparirà come un fungo il prelato di turno che dirà che la Chiesa deve
adattarsi. O magari vi sarà l’ecclesiastico che dirà che il problema dei nostri
giorni è la disoccupazione e i vecchietti abbandonati e quindi non bisogna
avere l’incubo di porre sempre e fastidiosamente i problemi morali…
Cosa fare allora?
Occorre difendere pubblicamente il pasticcere, non v’è altro
da fare. Se qualcuno ora pensa che in fondo costui sta a Belfast e quindi la
cosa ci riguarda relativamente, questi non ha capito un tubo del mondo in cui
viviamo: è lo stupido per antonomasia. Non ha capito che quanto capita oggi a
Belfast accadrà infallibilmente domani da noi. Venti o trenta anni fa qualcuno
denunciò il pericolo incombente dinanzi alle prime pretese omosessualiste: fu
subito bollato – dagli stupidi e dai furbastri di turno – come pessimista e
fanatico. Ne vediamo, anzi, iniziamo appena a vederne, le conseguenze.
Nell’ormai ridicolissimo e anche pericoloso partito di
Berlusconi oggi dominano animaliste e omosessualiste, guidate da giornalisti
senza scrupolo e pudore alcuno, che hanno anche il coraggio di definirsi di
destra, e sono al contrario più sovversivi e moralmente corrotti di qualsiasi esponente
di sinistra. Si è arrivati a questo non solo perché il grande capo del
Centro-Destra italiano è, per usare un eufemismo, “invecchiato” in mano a donne
senza scrupoli, ma anche perché la gente di “destra”, cattolici in primis, non
si preoccupano di denunciare e combattere queste derive, divenendo di fatto
complici.
Occorre difendere il pasticcere, così come occorre difendere
la madre a cui viene sottratto il figlio da giudici ideologizzati, così come
occorre difendere quel padre che andando a prendere a scuola all’asilo la sua
bambina si sente raccontare dalla figlioletta che la maestra li ha fatti
giocare a fidanzarsi con bambini dello stesso sesso anziché dell’altro, e,
essendo andato a protestare, si è dovuto subire la minaccia della querela per “omofobia”.
Così come occorre difendere i nostri poveri e disoccupati, che si vedono
togliere i sussidi statali a favore degli immigrati. E si potrebbe continuare a
lungo.
Occorre difendere il pasticcere. Come? Beh, su questo si
accettano idee e proposte (raccolta firme? Petizioni? Campagna mediatica?).
Ma la verità è che c’è un solo modo vero, il resto sono solo
convegni, libri e princìpi giusti e importanti ma astratti dalla realtà della
gente: unendosi politicamente e creando quel movimento cattolico di reazione
naturale che oggi manca come il pane in Italia. E non è più tempo di scontri
personalistici, di snobismo intellettualistico, di ottimismo traditore. Occorre
coalizzarsi in un’entità politica e culturale cattolica tradizionale. Se
iniziamo a farlo, si scoprirà che siamo più numerosi e meno deboli di quanto si
creda.
Occorre reagire e difendere gli altri, prime vittime del
mondo che ci aspetta, oggi più che mai, perché, come diceva una nota canzone
degli anni Ottanta, “prima o poi, gli altri siamo noi”.