Il Giudizio Cattolico

Ama la verità; mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi.
E se la vita ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.
E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio.
San Giuseppe Moscati


> Teologia, fede, morale

Gesù ha voluto la Chiesa gerarchica



Vi è una convinzione abbastanza diffusa: la Chiesa cattolica ha una sua struttura ben precisa, una sua gerarchia, eppure nei Vangeli tutto questo non si vede. Ciò dimostra che non c’è continuità tra Gesù e la Chiesa.
Tale convinzione è però tanto diffusa quanto falsa. I Vangeli bisogna saperli leggere. Certo, se noi volessimo trovare in essi parole come “gerarchia”, “vescovo”, “prete”… non le troveremmo mai. Eppure le realtà che sottendono queste parole sono presenti nei Vangeli.
Gesù non ebbe solo dodici discepoli (gli apostoli), ma molti di più. Almeno 72 come attesta il Vangelo di San Luca al capitolo 10. Questi 72 discepoli evangelizzavano non a tempo pieno (oggi diremmo “part-time”), nel senso che seguivano gli insegnamenti del Maestro, ma senza lasciare completamente i luoghi di provenienza e senza convivere completamente con Gesù.
Oltre questi 72, Gesù scelse 12 discepoli (gli apostoli) che avrebbero dovuto, invece, evangelizzare a tempo pieno abbandonando i luoghi di origine per seguire 24 ore su 24 Gesù. All’interno dei 12 Gesù ne sceglie uno come capo: Pietro. Attenzione: 72-12-1, non è questa una piramide, ovvero una gerarchia?
Esempio, questo, brevissimo ma che dimostra come non è per nulla vero che nei Vangeli non vi sia l’idea della gerarchia e soprattutto come questa gerarchia non sia stata voluta da Gesù.
A proposito del fatto che Gesù abbia voluto la Chiesa, iniziamo con due brani del Vangelo. Il primo è la cosiddetta parabola dei vignaioli cattivi, il secondo ciò che disse Gesù a Pietro a Cesarea di Filippo. Leggiamo e commentiamo questi due brani.
“C’era un padrone di casa il quale piantò una vigna e la cinse di siepe e scavò in essa un frantoio e vi edificò una torre e, affidatala a dei vignaioli, se ne andò in un paese straniero. Quando venne la stagione dei frutti, mandò i propri servi dai vignaioli per ricevere i frutti che gli spettavano. Ma i vignaioli, afferrati i servi, ne percossero uno, ne uccisero un altro, e uno lo lapidarono. Di nuovo mandò agli altri servi in numero maggiore di prima; ma quelli li trattarono allo stesso modo. Finalmente mandò da essi il suo figliolo, dicendo: ‘Avranno rispetto almeno di mio figlio.’ Ma i vignaioli, vedendo il figlio, dissero: ‘Costui è l’erede, suvvia uccidiamolo e prenderemo la sua eredità.’ E, afferratolo, lo gettarono fuori della vigna e lo uccisero’. Ora, quando verrà il padrone della vigna, che farà mai a quei vignaioli? Gli risposero: ‘Farà perire quegli scellerati, ed affiderà la vigna ad altri vignaioli, che a suo tempo gli renderanno i frutti.’ Disse loro Gesù: ‘Non avete letto nelle Scritture? La pietra che i costruttori rigettarono, diverrà testata d’angolo. (…). Perciò vi dico che sarà tolto a voi il regno di Dio e sarà dato ad una nazione che ne produrrà i frutti. E chi cadrà su quella pietra, sarà sfracellato; e stritolerà colui su cui essa cadrà.’ Udendo questo, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro; e cercarono di impadronirsi di lui, ma ebbero paura del popolo, perché lo considerava un profeta.” (Matteo 21, 33-46)
Commentiamo questo brano. Esso ha un significato molto semplice, tanto semplice che gli stessi sacerdoti e farisei presenti alle parole di Gesù lo capirono molto bene. Vediamone schematicamente i significati.
1.Questo brano fa chiaramente capire che il padrone della vigna è Dio, il quale  elegge un popolo (gli Ebrei) a cui affida i frutti del suo possedimento.
2.Questo popolo, però, è irriconoscente e arriva finanche ad uccidere gli inviati del padrone (i profeti).
3.Dio decide allora di mandare suo figlio, ma questi arriveranno a uccidere finanche il figlio del padrone, ovvero il Figlio di Dio.
4.Ed è così che Dio decide di togliere la vigna agli ebrei per darla ad un popolo nuovo che la farà davvero fruttificare.
Passiamo adesso al secondo brano: ciò che Gesù disse a Pietro presso la città di Cesarea di Filippo. Dopo che l’Apostolo confessò chi fosse veramente Gesù, il Maestro gli affidò il comando della “nuova vigna”, cioè della Chiesa cattolica. Leggiamo:   “Beato te, o Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue  te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi  del regno dei cieli, e quanto tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e quanto tu scioglierai sopra la terra sarà sciolto nei cieli.” (Matteo 16, 13-19)
Come prima, anche in questo caso mettiamo in evidenza alcuni punti.
1.Gesù parla esplicitamente di edificazione della Chiesa: “… su questa pietra edificherò la mia Chiesa …”
2.Gesù dice chiaramente che questa chiesa sarebbe stata la sua chiesa: “… edificherò la mia Chiesa …”

Corrado Gnerre 23 giugno 2012






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«Chissà se in Vaticano hanno valutato fino in fondo l’impatto della foto di Papa Francesco e del predecessore Benedetto XVI dentro le Sacre Mura. Chissà se hanno calcolato il senso di disorientamento che il loro apparire, fianco a fianco, può creare nella comunità cattolica, e non solo. La novità plurisecolare ha già preso in contropiede il cerimoniale. Ma anche quando si chiede un’impressione a ecclesiastici di rango, dietro la laconicità emerge un imbarazzo palpabile»

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Lo abbiamo letto su molti giornali: a Papa Francesco piace il calcio. In un certo qual modo è un’assicurazione sulla sua impostazione metafisica. Avrei avuto qualche perplessità se fosse stato amante del basket o – peggio ancora – del baseball. Ovviamente sto scherzando … ma non troppo. Proprio perché a Papa Francesco piace il gioco del calcio, parto con un esempio tratto da questo sport e faccio riferimento a due calciatori argentini, la patria di Papa Francesco. Tra Xavier Zanetti e Lionel Messi vi è differenza. Zanetti è la forza muscolare, è la capacità d’interdire. È una colonna del centrocampo. Non solo. È anche un modello di atleta, capace a quasi quarant’anni di fare quello che fa. Messi è invece la poesia.

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Ho letto l’articolo che Massimo Introvigne ha scritto in merito all'elezione di Papa Francesco. Lo condivido, anche se non appieno. Bene ha fatto Introvigne a sottolineare che Papa Francesco è il Papa di Santa Romana Chiesa. Prima e durante il conclave si possono avere delle preferenze, si possono nutrire delle speranze verso qualcuno… ma dopo è bene che si dimentichi tutto e ci si sottometta a chi il Collegio cardinalizio ha scelto. Certo, non è detto che chi venga eletto sia necessariamente il desiderato dal Signore. Infatti, se è vero che lo Spirito Santo illumina gli Elettori, è pur vero che non necessariamente ed infallibilmente questi si rendano docili alle Sue ispirazioni. Giustamente c’è chi ha ricordato in questi giorni la celebre espressione di san Vincenzo di Lerino (V secolo): «Ci sono papi che Dio dona, ci sono papi che Dio tollera, ci sono papi che Dio infligge». Ma, se è vero questo e cioè che non necessariamente un papa eletto sia il “donato da Dio”, è pur vero che chi canonicamente diventa papa è il Papa; e – se è il Papa – va riconosciuto e a lui bisogna cattolicamente sottomettersi.

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Papa Francesco nell’omelia durante la Celebrazione eucaristica con i cardinali nella Cappella Sistina ha tracciato semplicemente ma chiaramente le linee fondamentali del suo pontificato indicando cosa la Chiesa deve fare: camminare, edificare, confessare. Tre prospettive chiarissime e insite nella vocazione stessa della Chiesa. Camminare, ovvero pellegrinare nella Storia. Edificare, ovvero santificare. Confessare, ovvero testimoniare Cristo. Pellegrinare nella storia non vuol dire seguire la storia o essere nella storia, bensì essere sì nella storia ma non della storia. Vuol dire avere dinanzi a sé l’obiettivo della meta da raggiungere, una meta che è al di là della storia. Il pellegrinare è sì nella storia ma ciò che si deve raggiungere è oltre la storia, ed è il compimento del Regno di Dio, il raggiungimento della pienezza della vita eterna, è la conquista del Paradiso.

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Dinanzi a coloro che hanno manifestato qualche perplessità in merito all'opportunità della rinuncia di Benedetto XVI c’è chi ha parlato di “papalini” che hanno avuto la pretesa di mettersi al di sopra del papa. Come se non essere eventualmente d’accordo su atti che non coinvolgono l’infallibilità del Sommo Pontefice possa essere letto come un rifiuto dell’autorità dello Stesso

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A scuola si presenta positivamente la nascita dello Stato moderno. Ma davvero questa nascita produsse solo cose buone? La conoscenza del pensiero di Marsilio da Padova può aiutarci a capire.

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Se è vero che la storia non può giudicare il Cristianesimo è anche vero che il Cristianesimo non può prescindere dalla storia. Infatti, se il Cristianesimo non si esaurisce nell’ambito della storia ma va al di là (indicando all’uomo una mèta che supera la dimensione terrena e temporale) è pur vero che il Cristianesimo non è un’astrazione ma costituisce risposta tanto alle ansie escatologiche (attinenti all’al di là) quanto terrene dell’uomo.

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La figura di Bonifacio è legata nella memoria al famoso “schiaffo di Anagni”, avvenuto, nella notte del 7 settembre 1303. Questo gesto, di cui è stata contestata la storicità, rappresenta comunque simbolicamente la fine del Medioevo cristiano e l’inizio di un processo storico plurisecolare che avrebbe portato all’era moderna. Benedetto Caetani, Sommo Pontefice dal 1294 al 1303, nacque ad Anagni attorno al 1230, di nobili genitori. Uomo di vivo ingegnò, si segnalò come eminente giurista e come perito diplomatico, tanto da meritare di essere creato cardinale nel 1281 da papa Martino IV. Ottenne la tiara pontificia nel 1294, in seguito alla rinunzia di Celestino V l’eremita Pietro da Morrone, che Bonifacio non esitò a confortare e a sostenere nella sua tormentata scelta di abdicazione.

Roberto de Mattei

Nella cultura recente di buona parte del mondo cattolico la dimensione strategica occupa uno spazio assai ridotto e l’uso della forza militare in politica internazionale è guardato con molto sospetto (solo in parte attenuato, non senza contraddizioni, da quando si parla di peacekeeping e di “ingerenza umanitaria”); quando esisteva il servizio militare di leva, tra i giovani cattolici “impegnati” l’obiezione di coscienza, era alquanto diffusa (e non per motivi meramente opportunistici).

Massimo de Leonardis

Gesù all’Ultima Cena invitò solo i Dodici e non tutti i suoi discepoli, i quali erano almeno settantadue (cfr. Luca 10). Fu proprio in quell’occasione che il Signore istituì due sacramenti importanti: l’Eucaristia e l’Ordine. Dunque, fu proprio in quell’occasione che Gesù ordinò gli Apostoli ‘sacerdoti’; sacerdoti nella pienezza, quindi ‘vescovi’. In funzione delle parole di Cristo: “(…) fate questo in memoria di me”(Luca 22,19), gli apostoli -e i vescovi loro successori- hanno il potere di creare nuovi ministri “dispensatori” dei ministeri di Dio (cfr.Corinzi 4,1), ovvero i presbiteri.

Corrado Gnerre

Gesù non ebbe solo dodici discepoli, ma almeno settantadue come ci attesta il Vangelo di san Luca al capitolo 10. Ciò vuol dire chiaramente che Gesù volle strutturare gerarchicamente la sua Chiesa. Parliamo adesso della volontà di Gesù di istituire l’episcopato.

Corrado Gnerre

Per capire quanto Gesù abbia voluto un capo per la Chiesa basterebbe ricordare l’episodio di Cesarea di Filippo allorquando Gesù dice a Simon Pietro: “Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa...A te darò le chiavi del regno dei cieli, e quanto tu legherai sopra la terra, sarà legato nei cieli, e quanto tu scioglierai sopra la terra sarà sciolto nei cieli.” (Matteo 16, 18-19)

Corrado Gnerre







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Proponiamo ai nostri lettori una riflessione di un sacerdote su un fatto che ha suscitato nei giorni scorsi molte polemiche. La riflessione ci appare serena e argomentata. Speriamo quindi che a distanza di tempo si possa ragionare, e magari svolgere un dibattito, con costruttiva serenità di toni e onestà di intenti, nel pieno rispetto delle diverse opinioni.

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